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L'Ultima Volta che ho Colpito una Donna
di A.Eventson
5.9.2007
[TRADUZIONE:
Antifeminist.altervista.org]
PARTE
1.
Non
dimenticherò mai l'intensità e la miriade di
emozioni che provai l'ultima volta che colpii una donna.
Adesso so, così come sapevo allora, che non ha alcuna
importanza:
Il fatto che lei mi attaccò per prima, verbalmente
ed emotivamente;
Che lei fu la prima ad iniziare ad urlare e a intimidirmi;
Che lei era molto più grossa e forte di me;
Che lei mi colpì per prima; oppure,
Che io la colpii solo una volta, con la mano aperta e non
con il pugno chiuso, e che il mio colpo le arrivò nel
braccio, mentre lei mi aveva colpito in faccia con grande
forza.
Ricordo di aver immediatamente provato un'intensa vergogna
per quello che avevo appena fatto. E ricordo di essermi sentito
molto in ansia. Amavo tantissimo quella donna ed ero dipendente
dal suo amore e dalle sue cure. Ricordo la terrificante paura
che mi soggiunse con il pensiero che lei avrebbe ritirato
completamente il suo amore per ciò che avevo fatto,
e che mi avrebbe anche potuto abbandonare a causa della mia
violenza.
Ricordo lo sguardo scioccato nella sua faccia. Fu la prima
volta che la colpii nonostante le sue tante provocazioni durante
litigi precedenti, e nonostante i suoi altri atti di violenza
contro di me.
Sapevo che avevo appena oltrepassato una linea e che sarebbe
stato molto difficile, e forse impossibile, ritornare indietro.
E poi lei disse le parole che più temevo di sentire:
"Vai nella tua cameretta e stai lì finchè
tuo padre non sarà tornato a casa!"
Avevo solo sette anni ed avevo appena colpito mia madre.
Sedetti nella mia stanza per ore, aspettando con ansia. Non
pensavo che mio padre mi avrebbe picchiato per ciò
che avevo fatto a mia madre. Mi aspettavo che io e lui avremmo
discusso di cos'era successo, e io sapevo che non avrei potuto
difendere o giustificare ciò che avevo fatto.
Ero ansioso perchè non riuscivo a pensare ad un modo
per risolvere la situazione che si era creata, e perchè
non riuscivo a pensare una maniera con cui avrei potuto efficacemente
farmi scusare.
Sapevo anche che mia madre si aspettava, probabilmente, che
mio padre mi punisse fisicamente, e avrebbe fatto pressione
affinchè "mi insegnasse una lezione che non avrei
mai dimenticato". Ma avevo fiducia che mio padre fosse
giusto e ragionevole, e che non avrebbe mai usato la violenza
per insegnarmi a non essere violento.
Ciò di cui avevo più paura circa la conversazione
che avrei avuto con mio padre è che avrei perso tutto
il rispetto che lui aveva per me a causa di ciò che
avevo fatto. E, persino all'età di sette anni, era
molto importante per me essere rispettato e amato da entrambi
i miei genitori, e il rispetto e amore di mia madre fu sempre
a condizioni, persino prima che la colpii questa sola e unica
volta.
Mio padre entrò nella mia stanza subito dopo esser
tornato dal lavoro. Parlammo. Ragionammo. Analizzammo.
Un risultato della nostra lunga discussione fu che io non
colpii mai più mia madre, nonostante le sue tante e
ripetute provocazioni, e non ho mai colpito nessun'altra donna.
Mio padre non tentò di farmi vergognare per quel che
era successo. Mio padre non tentò di intimidirmi o
farmi paura.
Mio padre parlò con me riguardo la sua opinione sulle
differenze che ci sono tra uomini e donne. E, siccome molto
di ciò che mi disse non corrisponde al pensiero del
politicamente corretto, eviterò di scrivere tutto quello
di cui discutemmo.
Riporterò la parte della nostra conversazione che riguardava
ciò che avrei dovuto fare per risolvere la situazione
che si era creata.
Mio padre fece subito presente che io mi sarei dovuto scusare
con mia madre per averla colpita. Sapevo già questo,
ma volevo sapere se pure lei si sarebbe dovuta scusare per
avermi colpito.
Mio padre mi spiegò che il mondo pretende che siano
solo gli uomini ad essere responsabili e imputabili per i
propri pensieri, i propri sentimenti e le proprie azioni.
Alle donne, disse, viene sempre permesso di buttare la colpa
su altri per ciò che pensano, sentono o fanno. Mia
madre, spiegò mio padre, avrebbe mantenuto la sua convinzione
che io l'avevo "costretta a colpirmi per prima"
e avrebbe insistito sul fatto che io sarei dovuto cambiare
in modo che "lei non avrebbe dovuto più urlarmi
contro o picchiarmi."
Ricordo di aver detto che non ritenevo fosse giusto. Mio padre
mi spiegò che la correttezza è un valore maschile
che la maggior parte delle donne non capiscono e non apprezzano.
Durante le scuse a mia madre, esattamente come mio padre predisse,
lei pretese che io ammettessi essere la causa dei suoi colpi,
che la sua violenza era colpa mia. Mio padre mi avvertì
di non discutere su quel punto anche se, obiettivamente, non
era vero.
Mi spiegò che avrei potuto usare la logica e la razionalità
per concepire una risposta adeguata alle sue richieste, senza
dover mentire ammettendo falsamente che pensavo che la sua
violenza era colpa mia. Mio padre mi consigliò di tenere
la logica per me, spiegandomi che le donne non valutano molto
favorevolmente la logica e che la detestano quando sono emotivamente
arrabbiate. (Vi ho avvertito che buona parte della nostra
discussione non era 'politicamente corretta'.)
Sapendo che non ero stato responsabile per la sua violenza,
eccetto in circostanze speciali, e che non sarei potuto essere
responsabile per qualsiasi altro atto di violenza che avrebbe
potuto commettere su di me, era accettabile per me promettere
che:
"Non farò mai più qualcosa che ti indurrà
a picchiarmi."
Mia madre sembrò arguire che questa promessa conteneva
una qualche ammissione che io mi sentivo responsabile per
ciò che era accaduto e, dopo avermi detto quanto l'avevo
delusa e che razza di "cattivo bambino" ero stato,
concedette la possibilità che un giorno avrei potuto
meritare di nuovo il suo rispetto e la sua fiducia.
Mio padre dovette più tardi sostenere il peso della
rimanente rabbia di mia madre. Quella notte lo minacciò
di lasciarlo perchè pensava che mi avrebbe dovuto punire
fisicamente e che mi aveva lasciato andare con troppa facilità.
PARTE
2.
Durante
la mia vita ho scoperto che il punto di vista politicamente
scorretto di mio padre non si applica soltanto alle relazioni
intime.
Ricordo di un incidente che ebbi con un insegnante quando
avevo 11 anni. La mia professoressa di matematica aveva corretto
i test fatti dagli studenti, e aveva distribuito i fogli con
i voti. Era un test con 20 domande. Il mio voto fu del 95%.
Successe che feci solo una risposta sbagliata.
Ero una sorta di bimbo-prodigio in matematica, ed era estremamente
raro che rispondessi in modo sbagliato nei test che facevo
con studenti della mia stessa età. Ricontrollai la
risposta che segnata come sbagliata. Scoprii che la mia risposta
era corretta.
Portai questa scoperta all'attenzione dell'insegnante. Le
chiesi di rivalutare il mio test e quindi di accreditarmi
il punteggio del 100%.
Lei controllò il foglio con le soluzioni e vide che
c'era una risposta diversa da quella che avevo dato io. Dissi
allora che il foglio con le soluzioni doveva essere sbagliato
e che avrei rifatto il problema alla lavagna per mostrare
come la mia risposta fosse corretta.
Scoppiò di rabbia. Iniziò ad urlarmi contro
davanti a tutta la classe e mi attaccò anche solo per
aver suggerito il fatto che la risposta nel foglio delle soluzioni
sarebbe potuta essere sbagliata. Disse che ogni insegnante
che usava lo stesso libro nostro usava anche lo stesso foglio
delle soluzioni e che "loro" non avrebbero mai potuto
permettere che ci fosse un errore in un foglio delle soluzioni
così largamente usato nelle scuole.
Con calma mi offrii ancora di risolvere il problema alla lavagna
di modo che potessi mostrare la risposta corretta.
Allora, con mia sorpresa, lei iniziò a discutere sul
fatto che ci sarebbe potuta essere più di una risposta
corretta ad un problema di matematica e che la risposta data
nel foglio delle soluzioni era probabilmente più corretta
della mia.
Stavamo discutendo su dei calcoli numerici, non la matematica
della fisica quantistica, e le dissi che c'era solo una risposta
corretta in questo caso e che era diversa da quella presente
nel suo foglio delle soluzioni. Offrii ancora una volta di
risolvere il problema alla lavagna.
La sua risposta fu quella di mandarmi nell'ufficio del preside
per essere punito.
Ironia della sorte, proprio questo preside era un insegnante
di matematica di gran talento. Mi permise di svolgere il problema
in un foglio e quindi riconobbe che la mia risposta era corretta
e quella nel foglio delle soluzioni era sbagliata.
Io e lui concordammo sul fatto che molti studenti avrebbero
preso un voto del 5% più basso rispetto a quello che
avevano attualmente.
Poi continuò spiegandomi che non avrebbe preteso, e
nemmeno chiesto, che la professoressa desse nuovi voti ai
test fatti. Disse che la correttezza o no della risposta era
adesso diventata una questione secondaria e che il problema
centrale era che io avevo sfidato in classe l'autorità
dell'insegnante.
La decisione presa fu che io avrei dovuto chiedere scusa alla
professoressa per aver disturbato la lezione e non avrei dovuto
menzionare il fatto che la mia risposta al problema di matematica
era corretta. Se non avessi voluto chiedere scusa sarei stato
sospeso da scuola e sarei potuto tornare solamente quando
ero pronto a porgere le mie scuse, senza condizioni.
Questo tradimento da parte di un maschio adulto di cui avevo
fiducia fu un'importante e preziosa lezione per me. Oltre
ad essere un insegnante di matematica, quest'uomo era il coach
della squadra di football della scuola e un arbitro di incontri
di football di studenti più grandi che comprendevano
altre scuole della nostra regione, e penso quindi che avrebbe
dovuto avere una maggiore comprensione di ciò che costituisce
correttezza e obiettività nel risolvere le dispute.
Lui certo aveva i suoi problemi. Doveva dirigere e sostenere
una professoressa di matematica che, al contrario di altre
professoresse di matematica competenti che ebbi, non capiva
davvero molto di matematica.
Fu la prima volta nella mia vita che vidi un uomo, in una
posizione di autorità, che volontariamente decise di
trascurare la realtà dei fatti allo scopo di assumere
una posizione favorevole verso una femmina a lui subordinata.
Nonostante avesse ammesso che la risposta nel foglio delle
soluzioni fosse sbagliata, era completamente riluttante a
riconoscere l'errore. Per lui, un errore del 5% in un singolo
test di matematica che avrebbe guastato i voti sia degli studenti
maschi che delle femmine era di poca rilevanza se comparato
al bisogno della professoressa di mantenere il controllo della
classe. Quest'uomo rafforzò la determinazione della
professoressa a rimanere nel torto a spese di tutti i suoi
studenti pur di non ammettere che io avevo ragione riguardo
all'errore nei fogli delle soluzioni, e questo per non minare
la fiducia che gli studenti riponevano nella professoressa.
Non posso sostenere che non avrebbe fatto la stessa cosa per
proteggere un incompetente insegnante di matematica di sesso
maschile. Potrebbe essere stata o potrebbe non essere stata
una questione di genere. E' comunque un modello comportamentale
che ho osservato in molti uomini quando il sesso è
un possibile fattore in delle dispute a cui sono chiesti di
mediare.
PARTE 3.
Nonostante
queste lezioni che imparai da giovane nella mia vita, arrivai
comunque a sposare una donna che durante i nostri 10 anni
assieme era frequentemente violenta, sia emotivamente che
fisicamente. Non risposi mai alla sua violenza diventando
io stesso violento. Come ho detto all'inizio, non colpii più
una donna sin da quando avevo sette anni.
Quando finalmente accettai che mia moglie non avrebbe mai
ammesso che la sua violenza era un problema, e che non avrebbe
fatto nessuno sforzo per cambiare, decisi di lasciarla.
Durante il processo di "chiarimento" che ci fu nei
mesi successivi alla rottura, discutendo ci trovammo a dissentire
su una cosa e lei scoppiò di rabbia. E fece un commento
che mi aiutò a finalizzare il processo di distanziamento
da lei. Urlò:
"Non ti ho mai perdonato per il modo in cui mi guardasti
la prima volta che ti colpii."
"Come ti guardai ?", le chiesi.
"Sembravi ferito e scosso, arrabbiato e disgustato."
"In che modo avrei dovuto guardarti dopo che tu mi avevi
colpito ?", le chiesi.
"Volevo che tu capissi come mi sentivo in quel periodo.
Avevo bisogno del tuo supporto, non della tua collera",
disse.
Capii allora perchè non si scusò mai per quell'atto
di violenza o per qualunque altra delle sue tante aggressioni
violente.
Non seppe mai di avere un problema. Nessuno poté mai
dirle che aveva un problema. Nessuno l'avrebbe potuta aiutare
per un problema che lei non riconosceva e di cui non si può
nemmeno parlare.
La risposta, nel foglio delle soluzioni, dice che gli uomini
sono più spesso i violenti nella vita di coppia, e
quindi ci sono così pochi programmi per riabilitare
le donne violente e così poco riconoscimento di quanto
estesa sia la violenza delle donne.
La risposta, in quel foglio delle soluzioni, è sbagliata.
Esiste ormai ampia evidenza che dimostra come quella risposta
sia sbagliata.
Non mi misi a cercare delle prove finchè non iniziai
a prendere coscienza delle mie esperienze personali. Ero a
conoscenza di tutta la propaganda circa la violenza maschile.
Come molti uomini che sono stati in relazioni con donne violente,
pensavo di essere un'eccezione alla regola. Come molti uomini
che subiscono la violenza delle donne, io non denunciai il
suo comportamento a nessuno, ufficialmente o non ufficialmente.
La stragrande maggioranza della violenza delle donne nei confronti
degli uomini non viene denunciata, tranne che dai ricercatori
che chiedono in un ambiente che protegge uomini e donne da
immediate conseguenze come risultato della loro violenza.
In queste situazioni, sia uomini che donne ammettono le dimensioni
della violenza femminile nella vita di coppia.
I risultati dei progetti di ricerca di questo tipo vanno presi
in considerazione in qualsiasi programma che abbia lo scopo
di educare gli adolescenti maschi riguardo la violenza.
Molti di questi adolescenti maschi potranno anche imparare
come alle loro madri si possa insegnare a diventare meno violente.
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