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ZioKlint - 15.6.2009
#1 ZioKlint
Oggetto: Una lettera su Facebook
Spett.le Antifemminista,
di recente, navigando in Facebook, mi è stata recapitata una lettera portata ad esempio di come il mondo del lavoro in Italia attui una esecrabile discriminazione nei confronti delle donne.
Ho letto la lettera, ma le mie conclusioni sono state di segno diametralmente opposto a quello che l’autrice della lettera intendeva suscitare.
Ho pensato quindi di inviarvi la lettera in questione, unitamente alle mie personali riflessioni, perché possiate anche voi farvi un’idea.
Mi piacerebbe inoltre conoscere le vostre impressioni in merito, sia che concordino con le mie, sia che ne siano in contrasto.
Cordiali saluti.
La lettera in questione (credo che il testo integrale si possa reperire in Facebook nel gruppo “Informazione Libera” - lettera integrale).
Solo 2 righe di introduzione e poi giù con la storia. Sono stata sempre convinta della parità tra uomo e donna e ne ho fatto l’obiettivo principe della mia esistenza. Così ho studiato, lavorato come una pazza per affermarmi e sono infine diventata un sistemista di computer, molto stimato nell’ambiente dei grandi elaboratori.
Ho scritto “un sistemista” a sottolineare il fatto che per ottenere questo mi sono dovuta praticamente trasformare in un uomo.
Non scherzo, il sistemista lavora praticamente nella “sala macchine” dei grandi centri di calcolo dove puoi trovare solo operatori turnisti che sono in maggioranza uomini.
Per integrarmi ho iniziato ad indossare pantaloni, poi a parlare di calcio o commentare la “Gazzetta dello sport” il lunedì mattina. Piano, piano mi sono interessata alle misure della Arcuri o della Cucinotta.
Dove leggano gli uomini queste informazioni diosololosà.. Alla fine del turno di lavoro ci si tratteneva in ufficio, magari si organizzava una riunione verso le 18…tanto si diceva “che torno a fare a casa..mia moglie è andata a prendere i bambini in piscina e torna tardi..”.
Io “travestita da uomo “ ho fatto carriera e sono diventata responsabile del settore sistemistico di una grossa azienda.
A quel punto mi sono detta “ Sei quasi arrivata ormai. Fatti valere come donna e come portatrice di innovazioni al femminile!” W la gonna e riunioni di lavoro il lunedì mattina, a mente fresca. Ammutinamento totale ! Con i giornali sportivi nascosti nelle cartelline, sguardo assente o fisso sul mio sedere, i maschi del mio ufficio mantenevano un manifesto rifiuto alle nuove regole.
“Dai tempo al tempo” mi sono detta ed ho iniziato ad impostare un metodo di lavoro più al femminile… Abolizione delle ore di straordinario se non nei periodi di reale emergenza. Istituzione di progetti di ricerca da svolgere in casa o in ufficio a seconda delle esigenze dei partecipanti al gruppo di lavoro. Istituzione di corsi di aggiornamento solo in società munite di babysitting. Ed ecco il risultato. Lo zoccolo duro aziendale ha prontamente reagito e nel giro di pochi mesi sono stata trasferita in altro ufficio per “sopravvenute esigenze di servizio”.
E qui riporto le mie riflessioni, in calce ad ogni paragrafo della lettera stessa.
Solo 2 righe di introduzione e poi giù con la storia. Sono stata sempre convinta della parità tra uomo e donna e ne ho fatto l’obiettivo principe della mia esistenza. Così ho studiato, lavorato come una pazza per affermarmi e sono infine diventata un sistemista di computer, molto stimato nell’ambiente dei grandi elaboratori.
Fin qui nulla da obiettare. Onore al merito per essere riuscita ad affermarsi nel lavoro che le piace. Vorrei però sottolineare il fatto che studiare e lavorare come un pazzo è un requisito direi indispensabile per chiunque (uomo o donna che sia, che non abbia “santi in paradiso”) per farsi stimare in qualunque ambiente di lavoro.
Ho scritto “un sistemista” a sottolineare il fatto che per ottenere questo mi sono dovuta praticamente trasformare in un uomo.
Non scherzo, il sistemista lavora praticamente nella “sala macchine” dei grandi centri di calcolo dove puoi trovare solo operatori turnisti che sono in maggioranza uomini.
Questa due frasi mi inducono a pormi alcune domande.
Perché si è dovuta trasformare in un uomo? Le è stato richiesto espressamente? E’ stata un’imposizione dall’alto? Qualcuno le ha fatto chiaramente ed inequivocabilmente notare che la sua preparazione e competenza non erano sufficienti perché il suo lavoro venisse apprezzato e che era indispensabile anche che si uniformasse al comportamento dei suoi colleghi uomini?
Tutto può essere, ma personalmente ne dubito. Le frasi in oggetto non danno spiegazioni in merito, né, d’altro canto, il prosieguo della sua lettera chiarisce in nessun modo ulteriormente la questione, ma personalmente ritengo che la spiegazione sia un’altra. Per sua stessa ammissione, l’ambiente di lavoro in cui la signora è stata introdotta era composto per la maggior parte da uomini. Nulla di più facile, quindi, che la signora si sia sentita, soprattutto all’inizio, come il classico “pesce fuor d’acqua” (cosa comprensibilissima, ma che succede a tutti nelle medesime condizioni; si pensi ad un uomo che acceda ad un ambiente di lavoro dove la schiacciante maggioranza siano donne), e che abbia pensato al modo migliore per uscire da quello stato di disagio e di avviare dei buoni rapporti con i colleghi. Quindi sostengo che la decisione di “trasformarsi in un uomo” sia stata interamente della signora, senza alcuna imposizione dall’esterno, perché in qualche modo lei si sentiva inadeguata e credeva che così facendo si sarebbe meglio integrata. Quindi la signora non ha dovuto trasformarsi in un uomo, bensì ha scelto di farlo ritenendo tale scelta quale miglior soluzione ai suoi problemi.
Per integrarmi ho iniziato ad indossare pantaloni, poi a parlare di calcio o commentare la “Gazzetta dello sport” il lunedì mattina. Piano, piano mi sono interessata alle misure della Arcuri o della Cucinotta.
Queste affermazioni avvalorano l’ipotesi succitata. Certo, è molto più semplice fingere di interessarsi ad argomenti che, secondo il luogo comune, appassionano gli uomini, in modo da entrare nelle loro simpatie, che tentare di individuare quali potrebbero essere eventuali interessi e passioni comuni, cosa questa che impone un faticoso lavoro di interrelazione e che, oltretutto, deve essere ripetuto per ogni persona, dato che, al contrario di quello che le donne tendono a pensare, gli uomini non sono affatto tutti uguali ed hanno opinioni, hobby e interessi talvolta molto diversi tra loro (e, guarda un po’, magari si scopre che non tutti sono ossessionati dal calcio o dalle misure della Arcuri). D’altro canto quella di fingere un interesse che non si prova affatto è un’arte nella quale le donne sono maestre.
In ogni caso, la scelta della soluzione più semplice e diretta (quella di fingere) è ancora una volta presa autonomamente dalla signora, e trovo quantomeno discutibile il suo tentativo di attribuirne la colpa ai suoi colleghi.
Quanto al discorso dei pantaloni, è ovvio che, una volta che si è presa la decisione di “trasformarsi in uomo” quella di indossare i pantaloni è un’ovvia conseguenza.
Dove leggano gli uomini queste informazioni diosololosà.
Oh, bella! Ma dove vive questa donna? Muri e vetrine delle nostre città sono tappezzate di fotografie della Arcuri o di sue avvenenti colleghe, così come TV e giornali non cessano un istante di proporcela in tutte le salse. E quand’anche così non fosse, la Arcuri stessa si premurerebbe di divulgare le misure del suo corpo prosperoso, dato che rappresentano praticamente la sua unica fonte di reddito.
Per chiarezza, gli uomini traggono queste (ed altre) informazioni dalle stesse fonti dalle quali le donne apprendono del reddito, delle abitudini, dei matrimoni e dei divorzi, della circonferenza dei bicipiti del George Clooney di turno.
Alla fine del turno di lavoro ci si tratteneva in ufficio, magari si organizzava una riunione verso le 18…tanto si diceva “che torno a fare a casa..mia moglie è andata a prendere i bambini in piscina e torna tardi..”.
La signora generalizza un po’ troppo. Mi sembra improbabile che tutti i suoi colleghi fossero sposati, che tutti loro potessero avere tutti i loro figli in piscina, tutti alla stessa ora, e che tutte le loro mogli potessero essere impegnate ad andarli a riprendere.
Ma per un attimo ammettiamo pure che sia così. Si potrebbe sapere cosa c’è di male nel decidere di trattenersi al lavoro (magari per sbrigare arretrati o, dati i tempi che corrono, magari semplicemente per raggranellare qualche spicciolo in più di straordinari), visto che a casa propria a quell’ora non c’è un’anima?
Io “travestita da uomo “ ho fatto carriera e sono diventata responsabile del settore sistemistico di una grossa azienda.
La signora insiste. Ed allora è il caso di farle notare che, secondo la mia opinione, lei non ha fatto carriera grazie al fatto di essere travestita da uomo, ma l’ha fatta nonostante la sua scellerata decisione di travestirsi da uomo. Secondo me, la signora è una persona molto in gamba nel suo lavoro, perfino più in gamba di quanto lei stessa non si ritenga. Talmente in gamba da riuscire a far carriera pur nella terribile situazione di autodiscriminazione nella quale si è andata ad infilare a testa bassa.
A quel punto mi sono detta “Sei quasi arrivata ormai. Fatti valere come donna e come portatrice di innovazioni al femminile!” W la gonna e riunioni di lavoro il lunedì mattina, a mente fresca. Ammutinamento totale ! Con i giornali sportivi nascosti nelle cartelline, sguardo assente o fisso sul mio sedere, i maschi del mio ufficio mantenevano un manifesto rifiuto alle nuove regole.
“W la gonna,” dice la signora. E io rispondo: “Era ora! Poteva pensarci prima, senza tutte quelle farneticazioni sul “trasformarsi in uomo””.
Per il resto, sembra proprio che il successo le abbia dato alla testa. E’ evidente come la maggioranza dei colleghi della signora trovasse più comodo organizzare le riunioni al pomeriggio (per motivi che ho chiarito essere del tutto legittimi). Ed allora perché imporre loro un orario diverso? Cos’è, una vendetta?
Come abbiamo già visto, la signora ha parlato di un ambiente di lavoro nel quale, in maggioranza, sono impiegati degli uomini. Ma “in maggioranza” non significa “totalmente”, e quindi evidentemente bisogna registrare la presenza di qualche altra donna. Eppure, quando la signora parla di “ammutinamento” specifica che esso è stato “totale”, e quindi evidentemente sottintende che anche le poche donne presenti le si siano rivoltate contro. Magari è il caso di riflettere sul perché ciò sia accaduto.
Quanto allo sguardo sul sedere, mi limito a far rilevare come sia improbabile che la signora abbia scelto di comunicare le sue direttive stando di spalle ai suoi colleghi e lievemente china per mostrare il sedere. Più probabilmente lei era seduta alla sua scrivania di dirigente, con i le maestranze a loro volta sedute (o magari in piedi, non importa) di fronte a lei più o meno a semicerchio. Ed in una situazione simile, mi sembra difficile che lo sguardo degli uomini potesse attraversare la scrivania ed il corpo stesso della signora per posarsi infine sul suo sedere.
“Dai tempo al tempo” mi sono detta ed ho iniziato ad impostare un metodo di lavoro più al femminile… Abolizione delle ore di straordinario se non nei periodi di reale emergenza. Istituzione di progetti di ricerca da svolgere in casa o in ufficio a seconda delle esigenze dei partecipanti al gruppo di lavoro. Istituzione di corsi di aggiornamento solo in società munite di babysitting. Ed ecco il risultato. Lo zoccolo duro aziendale ha prontamente reagito e nel giro di pochi mesi sono stata trasferita in altro ufficio per “sopravvenute esigenze di servizio”.
Tutta questa faccenda potrebbe essere divertente, se non fosse a tratti tragica. Ma come? In tutta la prima parte della lettera la signora non ha fatto altro che lamentarsi di come l’ambiente di lavoro le abbia imposto di assumere comportamenti maschili (e mi pare di aver dimostrato che ci sono validi motivi per sospettare che in realtà non è proprio andata così), e poi finisce comportarsi verso i suoi sottoposti esattamente in quello stesso modo che ha appena finito di disapprovare?
Una donna accede ad un ambiente di lavoro prettamente maschile e viene “costretta” a “travestirsi da uomo” per farsi accettare. Questo, a quanto pare, è sbagliato.
Una donna assume una posizione di comando in un ambiente di lavoro prettamente maschile e costringe (e stavolta è proprio una costrizione imposta dall’alto) tutti gli uomini presenti a “travestirsi da donna”. Questo, a quanto pare, è invece giusto.
E il bello è che la signora si meraviglia che l’azienda abbia reagito, rimuovendo quello che ai suoi occhi doveva apparire di certo come un elemento che ha portato lo sconquasso nell’ambiente di lavoro!
Incredibile.
RISPOSTE:
#1
Grazie per la segnalazione ZioKlint.
Direi che non c'è nient'altro da aggiungere alle tue ottime considerazioni.
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